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Written by TEACHER MARIA PIA NATALE. La poetessa MARIA DALFINO, figlia dell’avvocato Cesare Dalfino e di Rotondo Giulia, nacque a Sammichele di Bari il 21 dicembre 1898 e morì nel piccolo paese natio il 13 maggio 1921, alle ore 12.15, in Via De Amicis, 16. Morì giovanissima. Visse meno di Giacomo Leopardi. Chissà quante emozioni ci avrebbe regalato se fosse vissuta più a lungo!!! Firmava le sue poesie con lo pseudonimo APULA FLAVA che significa PUGLIESE BIONDA. Scelse questo pseudonimo, non per nascondersi, ma per far conoscere la propria origine, la propria terra, la propria appartenenza. Per gridare a tutti: - Sono PUGLIESE ed anche BIONDA! -Nella sua vita le sofferenze, le sensazioni e i sentimenti si collegano fra loro con una sequenza di immagini ed impressioni che non possono essere dimenticate. Il fratello Francesco morì in combattimento, e il fratello Michele fu gravemente mutilato nella stessa guerra. - Se la Patria non avesse dichiarato guerra all’Austria, io non avrei sofferto! - Queste parole erano sicuramente incise nella parte più sofferente del suo cuore, ma non le pronunciò mai. In quel particolare momento storico non ebbe il coraggio di scrivere contro la guerra. Instaurò un esaltante dialogo con l’ideale di Patria per lenire il dolore. Ma si accorse che nulla poteva placare il tormento nella sua anima. Quando, sul sagrato della chiesa, ogni domenica mattina, i suoi occhi di mare iniziarono a incrociare lo sguardo insistente di quel giovane coetaneo, incominciò a sognare e, timidamente, aprì le porte alla speranza che accese in lei il desiderio di vivere o di rinascere a vita nuova. APULA FLAVA non aveva bisogno di molte parole per esprimere profonde emozioni e intense sensazioni. La sua poesia, dolente, accorata, sincera ed espressiva ci rende partecipi del suo mondo paesano che era il vero rapporto con la vita,con la natura, con la morte, con il dolore. THE POEMS CHOSEN FOR YOU: POVERO CORE Ridono gli occhi, e il cuore non risponde; ride la bocca, e il cuore non lo può: vogliono il sole le mie trecce bionde… parla una voce arcana: no, no, no. Povero cuore mio come sussulta! Sono singhiozzi, è gioia, che cos’è? È una risorsa, una speranza occulta che lo raccoglie palpitante in sé ? Sorridere, mio Dio, che gran menzogna! Piangere, dolorare… Oh, che viltà! Povero cuore mio, come bisogna mostrarsi alla beffarda umanità? APULA FLAVA CHE VIVA! Oh sospirare in un’ambascia ascosa dell’anima raccolta in tante pene; oh riandare mesta ed obliosa le memorie d’un dì quanto fa bene; oh benedire lui che s’è immolato per la sua Idea più bella, in primavera, col labro già tremante e scolorato, schiuso in un bacio a mamma… alla Bandiera. Chi mi negò di trepidargli accanto, di singhiozzargli assai sul forte cuore? Chi m’impedì nel suo martirio santo, di sentirlo mancar, mancando l’ore? Chi mi vietò nel suo preludio al sonno, di sorreggergli il capo e di pregar?... Chi fu, chi fu? Io piango ed affannosa lo invoco, lo richiamo e non mi sente; nello squallido vuoto pensierosa lo cerco a lungo ed io non trovo niente, penso alla vita sua,… gioie lontane… tremo che un triste oblìo possa passar. No, ch’Egli viva! E viva in sempiterno nel cuore alla sua mamma così affranta; che non s’appressi no, col crudo inverno la morte e il gelo alla memoria santa; che viva in noi, nel sacrificio puro, nell’olocausto immenso all’avvenir. Che viva! E sogni tra copiosi allori dell’Alpi nostre pel diritto antico; si schiudano per Lui novelli fiori nel bacio ardente d’un bel sole amico, e Italia madre, reclinata accanto, il sonno sacro resti a benedir. APULA FLAVA IN MORTE DEL FRATELLO FRANCESCO Dondola in alto una campana nera, com’è dolente! E piove,piove forte… Sempre così la mamma mia dispera, dispera mamma, chè passò la morte, Venne la morte ahimè! Nel queto maggio delle dolcezze, e le dolcezze infranse, venne feroce, e un risplendente raggio di fede dileguò!... L’anima pianse. E fu spezzato il cuore a mamma mia, sangue darà per sempre la sua pena gioie non più! La gioia è andata via, di lutto e orrore questa casa è piena. Che ci vorrà per darti il sorriso, O mamma bella, o mamma mia piangente? Che ci vorrà per darti il figlio ucciso? Passa il rintocco lugubre: più niente. APULA FLAVA ALLA VITA Dimmi la tua parola che conforta, dimmela, alfin, se puoi; alla mia fede, al canto son risorta più conscia ed agli incanti, ai sogni tuoi. Mi ferve il sangue nelle vene, sento nell'estro il tuo fulgore, sento che avvingo tutto il firmamento in un amplesso, e scordo il mio dolore. Trionfi la giovinezza! Io t'ho veduta bella in un giorno solo! Io ch'ho sofferto e non t'ho mai goduta, oggi all'ali frementi spiego il volo, Verso l'azzurro, verso l'avvenire vada il mio novo sogno e si vesta di luce per salire in alto, in alto, là, ove più agogno. Voglio scordar d'aver pianto e invano a Dio chiesto un sorriso: voglio scordar la morte con l'insano mio grido di rivolta al paradiso; voglio vivere un'ora, un sol momento bello di giovinezza; voglio per la mia gioia un mutamento di speranza, di luce, di bellezza, voglio quello che agli uomini fu dato di buono sulla terra, tutto l'ardore, il canto e l'immutato fuoco del sole che il tuo cor disserra. APULA FLAVA Copyright 2005 Teacher Maria Pia Natale - www.sammichele.org
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